Un articolo di Antonio Gasbarrini (17/07/2018) con riflessioni sulla storia urbanistica, architettonica, monumentale e artistica di una città medievale come L’Aquila.
art-2018-07-17-1Relazione sull’evoluzione della “dimora De Marchis” e sul vecchio tracciato detto Via della Mala Cucina. Conferenza nel giorno della presentazione alla Città della sede provvisoria della Fondazione Giorgio De Marchis-Bonanni-D’Ocre Onlus a Palazzo Cappa-Cappelli. Il progetto della nuova sede
sintesi evolutiva Pal. DE MARCHIS
Allegati
L’AQUILA – Un altro pezzo di storia torna a nuova vita nel centro storico dell’Aquila.
Si tratta di palazzo Gentileschi, in via Garibaldi 52, nel cuore della nuova movida post terremoto, famoso per le sue finestre a “oblò” del piano nobile, che regalano, in giornate di sole e cielo terso uno scorcio delle nostre bellissime montagne.
A molti forse dirà poco, fino al 6 aprile del 2009 si trovava in una posizione “svantaggiata”, si transitava poco a piedi su quella via, privilegiando il passaggio delle vetture, per cui non tutti ricorderanno la facciata austera, munita di simpatici e artistici “occhi”.
Il Palazzo è incluso in un vasto aggregato, “Chiarino 1”, con lavori di importo di circa 8 milioni di euro, IL Presidente del Consorzio è l’Avv. Antonio Cappelli, l’ex direttore di Confindustria L’Aquila tornato nella sua Salerno dopo il pensionamento.
I lavori sono stati eseguiti dalle imprese Zoppoli & Pulcher di Torino ed Edilgamma Srl di Roma, la riconsegna è prevista per il prossimo giugno. La Zoppoli è un’impresa nota su scala nazionale, impegnata già per i lavori di ristrutturazione del Museo Egizio di Torino e della chiesa di Sant’Uberto della Reggia del Castello di Venaria reale.
I tecnici, Architetti Federico Santoro e Vincenzo De Masi, unitamente all’Ing. Giovanni Selli per le Opere Strutturai e l’Ing. Massimiliano Barberio per la Sicurezza, si sono avvalsi delle competenze dell’Arch. Antonio Di Stefano della Soprintendenza BAP, per il restauro architettonico e della dottoressa Biancamaria Colasacco della Soprintendenza BSAE per gli apparati decorativi.
Palazzo Gentileschi, infatti, è sottoposto a vincolo monumentale e presenta meravigliosi decori sui soffitti, alti quasi 8 metri, dei saloni di rappresentanza del piano nobile.
Durante i lavori, il cantiere è stato anche oggetto di visite di studio e di approfondimento da parte degli studenti del corso di Architettura del Politecnico di Torino, accompagnati dai docenti di restauro, Paolo Napoli e Carla Bertolotti, per toccare con mano le varie tecniche usate per ridare splendore a queste opere d’arte celate nel cuore della nostra città e ferite, mutilate, dalla potenza distruttrice del sisma.
I GENTILESCHI
Nel ‘600, Claudio Crispomonti li racconta così: “Questa è una famiglia che ha fatti molti parentali nobili perché si trova assai comoda di beni di fortuna, ma non per questo hanno guidato né godono nobiltà, perché gli avi, e padri di quelli che oggi vivono, erano Renaroli”.
Sono “homines novi”, venuti in città da Collebrincioni a fine 500, come ripetutamente ricordato anche dallo storico aquilano Raffaele Colapietra nella sua pubblicazione L’Aquila dell’Antinori – il Seicento nel 1978, proprio da quel “locus amoenus”, villaggio pedemontano del Gran Sasso, che nel 200 si federò per fondare la nuova città dell’Aquila, i Gentileschi hanno preso lo stemma delle tre spighe, insegna che oggi dà il nome a una via del centro storico, vicino la Fontana Luminosa.
Hanno fatto dunque insieme alla famiglia Ciampella la storia della città, delle vie del centro per moltissimo tempo, di quel palazzo i cui occhi osservano da secoli via Garibaldi, spiandone le storie e il quotidiano di chi vi ha transitato abbracciando almeno due secoli.
Il terremoto, oggi, sembra finalmente un pochino più lontano.
Il palazzo, anche detto “degli occhi”, per le singolari finestre del primo piano, è stato oggetto di un piccolo libello, ricco di nozioni e aneddoti aquilani, scritto a quattro mani da Errico Centofanti, grande conoscitore, giornalista e scrittore della città, insieme a Luigi Lombardo, pochi anni prima di quel triste 6 aprile, quasi ad immaginare cosa sarebbe accaduto, per lasciare intatto il ricordo a futura memoria.
Fonte: AbruzzoWeb
C’è spazio per vita nuova, per voci, suoni, colori e vita, con la speranza e il desiderio di sentire presto, ancora, quel simpatico tipico rumore della domenica sera, tanto caro a chi ha abitato quelle strade, le ruote dei trolley dei tanti studenti universitari, che rientravano dopo aver passato il fine settimana in famiglia e coloravano con le loro speranze e le loro voci argentine, le serate di una via, ancora ignara di quello che sarebbe accaduto, priva della movida attuale, che riposava silenziosa e austera in attesa del nuovo giorno. (red.)
Attorno alle polemiche sull’Auditorium di Renzo Piano in L’Aquila
In questa personale e timida sintesi vorrei raccogliere un primo elenco di inefficienze e preistoricità che ancora addensano il problema della Ricostruzione della mia Città. Sull’onda lunga della accertata e rinnovata moralità della governance del Paese e sulla verificata capacità dei miei concittadini di esprimere anche pungenti opinioni in merito al “problema comune”, propongo, se pubblicato, un confronto, di cui i cinque punti che seguono, che dovrebbe dare luogo ad un Manifesto del come gli Aquilani vorrebbero Ricostruire. MAR
Con il contributo di tutti coloro che vorranno naturalmente partecipare, invito i cittadini e spero i tecnici, miei colleghi, essendo entrambi, gli unici attori ed autori della ricostruzione, ad esprimersi in merito ad un rinnovato ed auspicabile modus operandi.
Troverete, quindi, di seguito, alcuni brani della mai collaudata cura emergenziale (penso ai famosi “strumenti per ripartire” tanto declamati) che oggi rappresentano, essi stessi, delle situazioni emergenziali ed ostative ad una chiara, partecipata, veloce ed efficace procedura per favorire la ricostruzione della nostra città.
Quello che penso e che mi ha persuaso a lanciare questa provocazione, semmai lo sarà, è un “fattore” di cui forse si tiene poco conto. Il “fattore tempo” è quello che, se non dominato nei nuovi modi e metodi per ripartire, provocherà la morte civile, sociale, industriale, artigianale, scolastico- formativa della nostra città. Solo i posteri, non noi né i nostri padri, ne ammireranno le bellezze architettoniche e monumentali. Vestigia da riesumare per le generazioni futuribili … Io vorrei tornare a passaggiare in centro. Passeggiare a negozi aperti e gente che formicola.
La sola preghiera è di segnalare o suggerire, argomenti o concetti che possano avere effettiva ragione d’essere, cioè supportati da immediata fattibilità, escludendo voli pindarici ed iperboli operative che non potrebbero trovare riscontro pratico per i noti problemi di congiunture economiche nazionali, di complicate programmazioni esecutive e di quanto altro non facilmente emendabile rispetto all’apparato normativo e tecnico che oggi abbiamo a disposizione per uscire da questo inferno di rovine e di rimbalzi polemici.
I primi Cinque:
- ORDINANZE INIQUE: si lavori ad un testo coordinato che estrapoli il succo operativo delle stesse, per la periferia e per il centro. Non ci può essere, infatti, uguale approccio normativo/operativo per la ricostruzione di un edificio storico ed uno in cemento armato. Inoltre, non è possibile che il monte contributo a metroquadrato per gli edifici classificati E sia comprensivo di IVA sui lavori, Spese Tecniche ed IVA su queste ultime (dalle 400€/mq si passa a circa 305€/mq per rendere sicure le nostre case). Ridicolo. Istituzione di un Tavolo Tecnico di emendamento ed integrazione delle ordinanze operanti, in cui siano rappresentati i tecnici e gli istruttori (aquilani) che poi dovranno, rispettivamente, applicarle e farle applicare correttamente. Ogni atto del Tavolo Tecnico dovrà essere reso pubblico ed i tecnici aquilani dovranno essere la maggioranza dell’assemblea deliberante.
- QUALITA’ EDILIZIA: si lavori ad un emendamento normativo che vada verso la semplificazione, (in periferia ormai è tardi), dell’“opzione abbattimento”, vista come rinnovamento del nostro parco edilizio, preferendo la sostituzione al consolidamento quando questo non comporta il raggiungimento dell’80% dell’adeguamento sismico negli edifici in c.a. ed il 60% negli edifici in muratura. Anche il nella Zona A c’erano ambiti degradati senza qualità storico-urbanistica. Puntiamo alla riacquisizione di una qualità edilizia in termini di estetica, sicurezza, risparmio energetico. Il terremoto deve, almeno per questo, essere un’occasione. Già ci hanno fatto sbagliare con le B, neanche indagate nei matriali componenti e nei terreni di giacitura e con le E in cui il Limite di Convenienza è stato, a volte, il deterrente per riparare a tutti i costi. Pensiamo alla possibilità di sostituzione di tutta l’edilizia possibile, datata anni 50, 60, 70.
- FILIERA VERA PASTOIA… Meglio il Modello Umbro (uffici pubblici di Comune (al posto di Fintecna), Provincia (leggi Genio Civile, al posto di Reluis), Regione (al posto di Cineas). Impieghiamo, da oggi, la cosiddetta Filiera, per addestrare il personale degli uffici tecnici pubblici. I NOSTRI tecnici. Rimpolpiamo gli uffici con personale tecnico aquilano, addestrato e pagato sicuramente con meno soldi di quelli che impegnamo per la Filiera. Formiamo Professionalità.
- PROGRAMMAZIONE DEGLI INTERVENTI STRATEGICI: (pari dignità e programmazione dell’edilizia privata così come per gli interventi pubblici e le chiese, con la creazione di un ufficio monitoraggio e coordinamento). La nostra città deve ricominciare a pulsare. Riavvicinamento degli uffici pubblici e delle banche in centro. Programmazione stretta dei tempi di ricostruzione (ma non serrando le scadenze per la consegna di ristrutturazioni fatte con due soldi). Concertazione degli interventi in periferia ed in centro storico con un censimento delle attività private in essere. Velocizzazione del ripristino dei sottoservizi. Certezza di finanziamento e soprattutto del quantum erogabile annualmente.
- COMMISSARI NON PIU’ NECESSARI: Chiodi Commissario, a casa. Torni a fare solo il Presidente della Regione. Fontana rimanga come consulente strategico ma senza poteri decisionali, senza possibilità di legiferare. Marchetti, Vice Commissario, a casa. Non servono più commissari ai beni culturali o alla messa in sicurezza in centro storico. C’è la nostra Soprintendenza con i suoi/nostri tecnici. La fase emergenziale è finita.
Gli interessati potranno sviluppare i singoli punti o emendare quanto esposto in essi, aiutando, spero, a comporre una democratica, partecipata ed interessata traccia della nostra volontà di reagire.
F.
Caro Dott. Vespa,
In merito all’ultima sua trasmissione in cui si è parlato della nostra città, volevo chiarire un paio di cose anche in merito a quanto emerge sulla gestione passata e presente della ricostruzione dell’Aquila
Secondo Lei la protezione civile ha gestito bene la prima emergenza?
E secondo Lei gli Enti Locali bloccano la Ricostruzione? Cominciamo.
La protezione civile “utile” è stata quella dei volontari e dei vigili del fuoco. Quella sana che ci ha veramente dato una mano.
La protezione civile MALSANA, quella che poi, con la legge del 2010 che lamenta Gabrielli, è stata stoppata nella sua paventata trasformazione in SPA dagli stessi signori politici che l’avevano generata, ha gettato le basi per il disastro che è oggi la ricostruzione della mia e Sua bella città.
Il progetto case per 14000 aquilani su 70000, le ordinanze 3779, 3790, l’imperversare di Fontana, la Triade (Fintecna, Reluis, Cineas), i Decreti Commissariali sul Limite di Convenienza, le scadenze serrate per la presentazione di pratiche di ricostruzione impostate sul calmiere economico anzichè sulla sicurezza delle nostre case. (e se vuole continuo).
Lei è al corrente di questo? Conosce la normativa di riferimento con cui stiamo ricostruendo le nostre case? E’ quello l’inizio del DISASTRO… L’impostazione che è stata data alla Ricostruzione dai vari Dolce, Calvi, De Bernardinis, Bertolaso…..
Un esempio?
Tutte le ordinanze vigenti fissano dei parametri per il rafforzamento locale (150€/mq comprese spese tecniche – OPCM 3779 per le case B) e per miglioramento sismico (400 €/mq comprese spese tecniche – OPCM 3790 per le case E) passando, in questo secondo caso, attraverso le forche caudine dell’infausto calcolo del Limite di Convenienza Economica e cioè il paragone, inteso come tetto massimo spendibile per la riparazione/sostituzione, delle opere occorrenti al miglioramento sismico dell’edificio danneggiato, con il costo di ricostruzione al nuovo, di un edificio di edilizia pubblica cioè economica e popolare. (Su questo argomento ci si potrebbe scrivere un libro di nefandezze).Se si fissano dei parametri economici generali per “la” sicurezza non capisco come si possa pensare ancora che la normativa in vigore sia stata concepita favorendo una ricostruzione “in” sicurezza.
Gli edifici, B o E che siano, non sono tutti ugualmente danneggiati. Come fa un indennizzo, attestandosi ad un valore generale per metroquadrato, a non prescindere da questa diversità? La risposta è a monte.
E’ sulla valutazione di agibilità/inagibilità di cui la Scheda AEDES è sintesi malata.
E’ sulla quella maledetta scheda AEDES, compilata dal DPC, che si annidano le prime fregature. La AEDES è una scheda di RISCHIO e non di DANNO. Il rischio per la pubblica incolumità si può sicuramente forfetizzare ma il danno sicuramante no.
Ed invece è sulla valutazione del RISCHIO della predetta scheda che si è impostato L’esito di agibilità ed il quantum necessario per il rafforzamento locale e/o miglioramento/adeguamento sismico.
In Umbria, più correttamente, si aveva più di un livello di analisi del danno che corrispondeva a incrementi del valore economico della riparazione/miglioramento.
Lo sa Lei che il “montepremi” di 400€/mq previsto nell’OPCM 3790, per la riparazione delle case E, include (senza che però sia scritto da nessuna parte) l’IV A sui lavori e L’IV A sulle spese tecniche nonchè le stesse spese tecniche per un ammontare residuo di soli 305€/mq circa di lavori per il miglioramento sismico?
E.quando l’IVA è passata dal 20 al 21%? …. e se dovessimo fare uno sforzo fino al paventato 23%? Di quanto si abbatterebbe ancora il quantum economico effettivamente usato per la Ricostruzione? Se Lei ha fatto eseguire dei lavori di riammodernamento di casa sua, per esempio, si ricorda quanto ha speso a metro quadrato? Faccia questo raffronto, cortesemente. Per lavori interni si intende! Queste sono alcune delle schifezze prodotte nella prima emergenza con cui io ed i miei colleghi combattiamo tutti i giorni.
Le uniche cose positive che si possono annoverare in questo casino, sono venute: dalla nostra amministrazione (con tutti i difetti e le lungaggini che ciascuno di noi può riconoscere), dai tecnici, dalla pazienza dei cittadini e dalle spontanee e popolari organizzazioni di protesta Queste ultime non dovrebbero essere sempre etichettate come anarchico-sinistrorse, da oscurare nelle Sue trasmissioni, ma ogni tanto mi piacerebbe che ogni aquilano ed anche Lei, le guardasse anche e prima, come “riunioni di aquilani dissenzienti”. Magari quello che hanno da dire non sono tutte fandonie.
Non abbiamo bisogno dei vecchi Commissari e neanche dei nuovi perchè in Umbria la ricostruzione è stata gestita dagli enti locali. Perchè noi non possiamo farlo?
Al posto di Fintecna, Reluis e Cineas (sa chi sono?) c’erano, in Umbria, con gli stessi compiti, gli uffici tecnici di Comune, Provincia e Regione. Hanno formato una classe di tecnici pubblici altamente specializzata in catastrofi tant’è che sono stati chiamati in Spagna dopo il terremoto di Valencia (credo) del maggio del 2010.
Noi PAGHIAMO con i soldi della ricostruzione la suddetta maledetta Triade e la paghiamo pure salata e a noi , sul territorio, non ci resta un piffero.
Basterebbe, se si volesse cambiare veramente, che i Ministri Barca e la Cancellieri capissero questo. Per il momento non sanno nulla. Chi li informerà?
Dopo il disastro di un territorio, sfruttiamo la catastrofe per produrre nuove potenzialità e specializzazioni. Formiamo (o facciamo formare dalla stessa Triade, a pagamento) una classe di tecnici pubblici che assista e controlli i professionisti nel disbrigo delle pratiche della ricostruzione, che oggi è ai suoi primi e stonati vaggiti; mandiamo poi a casa la Triade e cominciamo a risparmiare un sacco di soldi….
Mi scusi, se l’ho annoiata…. ma se qualcuno (i Sig.ri Ministri Barca e Cancellieri per esempio… o Lei per esempio) vuole conoscere i veri mali della ricostruzione a L’Aquila non deve ascoltare i Commissari, i Presidenti e per certi versi neanche i Sindaci…. deve ascoltare i professionisti. Sono solo loro, solo chi si è cimentato con questa iniqua e pressappochistica legislazione emergenziale può far capire, a chi dice che ci vuol dare una mano, quello che effettivamente e con due o tre mosse, è opportuno ed urgente fare.
Oggi la cosa più terribile per noi è la seguente: l’impostazione della Ricostruzione da un punto di vista normativo e procedurale, (lasciando perdere la sicurezza, per favore) incide su un fattore cruciale che segnerà il destino delle generazioni attuali e di quelle future e segnerà l’esistenza o meno del nostro territorio come realtà sociale Il fattore su cui si sta giocando è il TEMPO. Ed è davvero vile.
Un saluto affettuoso dalla mia (e la Sua) bella, rotta e bianca città.
Federico Santoro, Aquilano
P .S.
Francesco Erbani di Repubblica scrive dell’attualità aquilana sul suo libro il Disastro: … una politica attuata per via commissariale che oltrepassa gli organismi rappresentativi e anche procedure e strutture amministrative, sulle quali si fa gravare la responsabilità di tenere a freno il Paese. (leggi: la città).
Sono uno qualunque. Uno di noi, di questa grande famiglia ferita, abitante di un contesto non più riconoscibile.
Una delle mie poche virtù è stata sicuramente la pazienza: ed è sotto questo ombrello che mi sono riparato dalla pioggia dei presunti interventi fattivi e tangibili che sono stati la risposta operativa dell’Italia e del suo braccio esecutivo nella mia città dopo il disastro, perché quello è stato ed è ancora.
L’esodo verso la costa, le tende, l’autonoma sistemazione, le ordinanze, i manifesti con “gli strumenti per ripartire”, il piano C.A.S.E., i Map, i Musp, il problema del Centro Storico, la micro zonazione, la ricostruzione leggera e no.
Questo è stato il nostro passato più recente ed è il nostro presente. Questa è la storia ultima, di una città che era sconosciuta ai più e che brillava di una fioca ma propria luce, di cui oggi solamente, si prova nostalgia.
Sono uno qualunque, di quelli che lavorano ancora qui, che è uscito dalle macerie della sua abitazione, che si fatto un paio di passate in ospedale, che ha lavorato maggio e giugno con un amico e collega in un garage o con un portatile in macchina, che si è posto mille domande e che non ha protestato, quando le risposte che venivano dall’alto, dagli spacciatori dei presunti “strumenti per ripartire”, erano evasive o non condivisibili.
Faccio l’architetto…. anzi in genere rispondo, a chi me lo chiedeva anche prima, che – cerco di fare l’architetto -.
Ieri sera ho visto la trasmissione Terra e sono rimasto di sale.
Il cronista, a braccio, ha imboccato gli ascoltatori di tutta Italia con un prologo di notizie rassicuranti circa i risultati ottenuti ad argine della catastrofe, che potevano sembrare basse montature di una certa televisione allineata, se non fossero state invece provate dall’entusiasmo e dalla gratitudine degli intervistati. Somma meraviglia anche dello staff di Terra. Un risultato positivo da portare sicuramente all’attenzione del Paese. Così diceva il conduttore.
Posto che Capuozzo è stato forse l’unico che ha, diciamo, zummato più degli altri sul centro storico, non evitando, dico io, certe panoramiche scomode che avrebbero dato all’Italia la vera e cruda immagine dell’accaduto: posto questo, l’ottimismo registrato ieri in trasmissione da parte dei pochi fortunati inquilini delle casette governative, degli studenti intervistati, dei commercianti che non si sono arresi, non è sicuramente il polso della situazione.
E allora forse è il caso di lanciare una boa in questo mare di ottimismo. Fornire argomenti “altri” su cui imbastire magari “altre” e diverse trasmissioni televisive. Parlando di ieri, a proposito della puntata di Terra e parlando a chi l’ha seguita, dico subito che 4.000 contenti su circa 70.000 abitanti non mi sembra un grande risultato, e quando sarà completato l’ultimo di questi disastri urbanistici, i contenti saranno 14.000 a fronte, sempre, dei circa 70.000.
Diciamo che le ordinanze per la ricostruzione sono ancora in via di definizione (gli ultimi chiarimenti, assolutamente ancora non esaustivi, sono del 16.11.09) e che la trafila della presentazione dei progetti, passa attraverso le forche caudine di tre entità non meglio definite: fintecna, reluis, cineas, che controllano, analizzano, e smembrano, in mere cifre, il nostro lavoro sul campo. Giudicano e “osservano”, cioè rimandano indietro, dalle scrivanie di mezza Italia (cineas), il nostro operato professionale, giurato o asseverato, trattandoci di fatto come dei maldestri ladruncoli. Diciamo che il centro storico è stato blindato fino alla metà di giugno, sotto la scusa dello sciame sismico, che impediva la “messa in sicurezza” di fabbricati ancora in buono stato di conservazione ma non il recupero dei beni. Ti davano la possibilità di recuperare parte di ciò che ti era stato strappato e il nostro cervello, concentrato su ciò che d’indispensabile ti veniva dato modo di riprendere, non si faceva altre domande.
Diciamo che due giorni dopo il terremoto 150 architetti e 220 ingegneri aquilani si sono messi a disposizione del D.P.C. per andare quanto meno a verificare, visionare l’entità del disastro, magari a fare solo da manovalanza, ma esperta di un territorio
conosciuto palmo a palmo, alle schiere di esperti fasulli che già ingombravano le sale di controllo e comando. Nessuna risposta.
Diciamo anche che chi si è presentato, all’indomani dell’accaduto, con un progetto preconfezionato in tasca e ci ha rassicurato circa la possibilità di saltare la “fase container”, ha di fatto provocato delle vane aspettative e psicologicamente ha scollato il fattore tempo dall’entità del problema.
Questo il punto. Tutto il “sistema salvagente” , o D.P.C. che sia, nei primi mesi successivi, ha fatto di tutto per negare la corrispondenza più che proporzionale tra il disastro, il tempo e il denaro per farvi fronte. Come? Disperdendo gli spettatori, non dando visibilità all’estensione della tragedia, mettendo in cantiere il piano C.A.S.E., blindando il centro storico.
…..
Mi accorgo adesso del fare scomposto di queste poche righe e quindi in nome della mia pazienza mi fermo e mi passa per la testa di aspettare la seconda puntata di Terra per vedere se Capuozzo ha la faccia per parlare anche di questo.
Mi ricordo poi di una giornalista e di una telecamera gli ultimi giorni di luglio, uscito da un palazzo che stavamo puntellando. Ci aveva colto una “scossetta” all’interno del cantiere ed eravamo rimasti impietriti mentre pioveva solo polvere e tanta fortuna. La giornalista mi aveva chiesto lumi sulla situazione ed io, un po’ emozionato dall’occhio meccanico che mi fissava, ero riuscito comunque a rendere un quadro reale ed abbastanza obbiettivo di ciò che stavamo vivendo sul campo, spaziando dai problemi del centro a quelli delle periferie e riferendo anche delle mie preoccupazioni circa l’approccio all’enorme problema ed alla scarsa visibilità mediatica data al “cuore del problema”, e cioè la mancata documentazione televisiva sull’effettiva entità dei danni e sul fatto che si parlava ancora ed impropriamente di terremoto d’Abruzzo.
A telecamera spenta ed intervista finita chiesi alla gentile giornalista se a suo avviso questa chiacchierata sarebbe andata in onda.
Mi fu risposto – Non ne sarei così sicura… -.
Bhè, è per questo motivo che non voglio smettere, non voglio più aspettare il cambiamento di rotta, ora che siamo dimenticati, ora che sappiamo che anche i giornalisti del G8 venivano fatti passare in percorsi predefiniti ed allungati ad arte che, come le rotaie di un trenino teleguidato da luna park, ti facevano ammirare i contesti multicolori ma non le macchine puzzolenti e maltenute che li muovevano.
Si passava, attraverso i segni tangibili della ricostruzione, a Cese, ignorando i disastri del centro. Non il centro aperto al pubblico, il percorso da zoo-safari di C.so Federico II fino in Piazza Duomo ed oltre. Non la fotografatissima Chiesa delle Anime Sante, emblema dello sforzo e della professionalità, solo e soltanto di chi ci ha così alacremente lavorato.
Vorrei continuare a parlare di ciò che non si vede. Di tutto quello che non appare o che è ci è stato nascosto dalla (in questo efficientissima e pilotata) macchina mediatica.
Da tutta Italia, organizzati in autobus, sciami di turisti vengono a provare le piccole scosse emozionali del panorama ufficiale del post terremoto. Si fermano a Viale Crispi, breve caffè al chioschetto e poi, in falso piano, attraverso il corso basso, in sicurezza fino in Piazza. Qualche clik alle Anime Sante ed al suo ombrello di fibra, qualche sbirciatina attraverso le transenne che opportunamente celano i disastri dimenticati e poi una passeggiata lungo i portici e magari una puntata a S.Bernardino ad ammirare lo scempio della puntellatura “in appoggio” della Edmondo De Amicis. Nessuno di loro e purtroppo anche di noi si rende conto, per esempio, delle condizioni del Duomo. Il Duomo della Città.
Pensiamo al Duomo di Firenze, Di Siena, Di Venezia. Sicuramente il nostro è di secondaria fattura architettonica ma non di certo secondario quanto a significato simbolico. Il Duomo dell’Aquila, la cattedrale di S.Massimo, è nelle stesse condizioni dal sei di aprile se non in uno stato peggiore. Nulla è stato fatto. Perché?
Non riesco a dare una risposta che non possa essere letta come strumentale e demagogica. Dico solo che la ferita del Duomo non è stata sanata ma neanche fasciata.
Giace come un ferito, in una guerra di decimati eserciti dove l’ufficiale medico è morto eroicamente sul campo? Se fosse così non ci sarebbe nulla da eccepire.
Il fatto è, secondo la mia personale opinione, che il danno è prospetticamente non avvertibile. Lontano dagli occhi lontano dal cuore, si dice, e intanto gira la giostra delle assegnazioni del prestigioso incarico di restauro. Da Piazza Duomo non si vede. L’occhio attento che si avvicina alle transenne del Bar Nurzia e guarda verso ovest scorge solo assenza di volume. La verità è che la Cattedrale è in condizioni disastrose e non è stata neanche coperta.
Basta.
Ognuno faccia la sua piccola e positiva rivoluzione silenziosa, perché, ricordando altre tragedie come le due guerre mondiali del secolo scorso, e paragonandole, almeno come risultati sul territorio, a quello che ci è successo il 6 d’aprile, si potrebbe fare questa considerazione: lo stato maggiore dell’esercito italiano è stato sempre inadeguato e poco preparato dal punto di vista tattico-strategico. Le due guerre sono state però una infinita serie di personali atti di eroismo ed abnegazione del singolo fante.
Io mi sento uno di quei fanti quando ripenso all’ultima trasmissione di Bruno Vespa (aquilano), trasformata quasi in un soliloquio del Presidente del Consiglio in merito ad argomenti altri pur in presenza del Sindaco dell’Aquila. Mi sento uno di quei fanti quando penso alla mia casa, alle bare allineate in caserma, alle facce bruciate dei miei concittadini, attoniti spettatori di tutta quella forzata pace eterna. Quando penso alle assurde imposizioni e ai rossi perimetri di comodo, al contesto che ormai è solo storia di uomini e non di luoghi, a questa città di visi e di occhi e non più quella di strade e palazzi.
Alla prossima settimana, Capuozzo. Guarderò solo quello che mi mostrerai.
F.

