Gli occhi di Palazzo Gentileschi tornano ad osservare Via Garibaldi

L’AQUILA – Un altro pezzo di storia torna a nuova vita nel centro storico dell’Aquila.

Si tratta di palazzo Gentileschi, in via Garibaldi 52, nel cuore della nuova movida post terremoto, famoso per le sue finestre a “oblò” del piano nobile, che regalano, in giornate di sole e cielo terso uno scorcio delle nostre bellissime montagne.

A molti forse dirà poco, fino al 6 aprile del 2009 si trovava in una posizione “svantaggiata”, si transitava poco a piedi su quella via, privilegiando il passaggio delle vetture, per cui non tutti ricorderanno la facciata austera, munita di simpatici e artistici “occhi”.

Il Palazzo è incluso in un vasto aggregato, “Chiarino 1”, con lavori di importo di circa 8 milioni di euro, IL Presidente del Consorzio  è l’Avv. Antonio Cappelli, l’ex direttore di Confindustria L’Aquila tornato nella sua Salerno dopo il pensionamento.

I lavori sono stati eseguiti dalle imprese Zoppoli & Pulcher di Torino ed Edilgamma Srl di Roma, la riconsegna è prevista per il prossimo giugno. La Zoppoli è un’impresa nota su scala nazionale, impegnata già per i lavori di ristrutturazione del Museo Egizio di Torino e della chiesa di Sant’Uberto della Reggia del Castello di Venaria reale.

I tecnici, Architetti Federico Santoro e Vincenzo De Masi, unitamente all’Ing. Giovanni Selli per le Opere Strutturai e l’Ing. Massimiliano Barberio per la Sicurezza, si sono avvalsi delle competenze dell’Arch. Antonio Di Stefano della Soprintendenza BAP, per il restauro architettonico e della dottoressa Biancamaria Colasacco della Soprintendenza BSAE per gli apparati decorativi.

Palazzo Gentileschi, infatti, è sottoposto a vincolo monumentale e presenta meravigliosi decori sui soffitti, alti quasi 8 metri, dei saloni di rappresentanza del piano nobile.

Durante i lavori, il cantiere è stato anche oggetto di visite di studio e di approfondimento da parte degli studenti del corso di Architettura del Politecnico di Torino, accompagnati dai docenti di restauro, Paolo Napoli e Carla Bertolotti, per toccare con mano le varie tecniche usate per ridare splendore a queste opere d’arte celate nel cuore della nostra città e ferite, mutilate, dalla potenza distruttrice del sisma.

I GENTILESCHI

Nel ‘600, Claudio Crispomonti li racconta così: “Questa è una famiglia che ha fatti molti parentali nobili perché si trova assai comoda di beni di fortuna, ma non per questo hanno guidato né godono nobiltà, perché gli avi, e padri di quelli che oggi vivono, erano Renaroli”.

Sono “homines novi”, venuti in città da Collebrincioni a fine 500, come ripetutamente ricordato anche dallo storico aquilano Raffaele Colapietra nella sua pubblicazione L’Aquila dell’Antinori – il Seicento nel 1978, proprio da quel “locus amoenus”, villaggio pedemontano del Gran Sasso, che nel 200 si federò per fondare la nuova città dell’Aquila, i Gentileschi hanno preso lo stemma delle tre spighe, insegna che oggi dà il nome a una via del centro storico, vicino la Fontana Luminosa.

Hanno fatto dunque insieme alla famiglia Ciampella la storia della città, delle vie del centro per moltissimo tempo, di quel palazzo i cui occhi osservano da secoli via Garibaldi, spiandone le storie e il quotidiano di chi vi ha transitato abbracciando almeno due secoli.

Il terremoto, oggi, sembra finalmente un pochino più lontano.

Il palazzo, anche detto “degli occhi”, per le singolari finestre del primo piano, è stato oggetto di un piccolo libello, ricco di nozioni e aneddoti aquilani, scritto a quattro mani da Errico Centofanti, grande conoscitore, giornalista e scrittore della città, insieme a Luigi Lombardo, pochi anni prima di quel triste 6 aprile, quasi ad immaginare cosa sarebbe accaduto, per lasciare intatto il ricordo a futura memoria.

Fonte: AbruzzoWeb

C’è spazio per vita nuova, per voci, suoni, colori e vita, con la speranza e il desiderio di sentire presto, ancora, quel simpatico tipico rumore della domenica sera, tanto caro a chi ha abitato quelle strade, le ruote dei trolley dei tanti studenti universitari, che rientravano dopo aver passato il fine settimana in famiglia e coloravano con le loro speranze e le loro voci argentine, le serate di una via, ancora ignara di quello che sarebbe accaduto, priva della movida attuale, che riposava silenziosa e austera in attesa del nuovo giorno. (red.)